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La consapevolezza del nostro peso
La consapevolezza del nostro peso

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La consapevolezza del nostro peso

publish on March 09, 2021


Qualche settimana fa su La Lettura #483 del Corriere della Sera è stato pubblicato un articolo di Telmo Pievani intitolato “Il peso delle cose”. In quest’articolo il professore rifletteva sull’esito di uno studio pubblicato su Science da un team di ricercatori israeliani: “la somma di tutto ciò che l’umanità ha costruito e prodotto (case, strade, mezzi di trasporto e suppellettili, plastiche, computer, vetri, armi…) ha eguagliato la massa degli esseri viventi sulla Terra, cioè la biomassa.”

 

Il peso della nostra specie sta soffocando il Pianeta ad un ritmo in crescita vertiginosa.
Leggendo queste parole ho ripensato al filosofo tedesco Feuerbach che a metà ‘800 scriveva:

 

La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia”.

(Il mistero del sacrificio o l’uomo è ciò che mangia, L. Feuerbach 1862)

 

All’epoca, per la stragrande maggioranza della popolazione, l’occupazione principale era mettere assieme il pranzo con la cena. Ecco perché Feuberbach invitava i governanti a fare meno sermoni moralizzatori e di investire nel migliorare la qualità di ciò che riguardava i bisogni essenziali degli individui. Meno prediche e più sana nutrizione, perchè l’uomo è ciò che mangia.

 

Ma se il filosofo tedesco fosse qui oggi, cosa direbbe? Come riattualizzare questa conclusione alla luce di quanto riportato dall’articolo di Pievani? Quale attività influenza le nostre vite al punto da definirne il peso? Cosa ci definisce come individui, nella società in cui viviamo? Che rapporto intratteniamo col mondo?

 

Vivere implica inevitabilmente un consumo di risorse e, di conseguenza, una discreta scia di sfruttamento, morte di svariate forme di vita, distruzione degli ecosistemi e inquinamento. Se la sostenibilità ha uno scopo, dovrebbe essere quello di ri-equilibrare le nostre necessità di consumo rispetto al loro impatto sull’ambiente. Consumo, accumulo, spreco esistono da millenni ma è solo nell’ultimo secolo che queste tre attività hanno dilagato, allargandosi ad un numero di individui sempre più elevato.

 

Inutile dire che, oggi, siamo ciò che consumiamo. Il nostro benessere psicofisico deriva in gran parte dalla percezione della nostra qualità della vita e dalle nostre prospettive future. Un rapporto con la realtà che è condizionato inevitabilmente dai consumi, dai nostri desideri di consumo, dalle nostre possibilità materiali di soddisfarli e dal nostro riuscire a ricavarne un piacere più o meno duraturo.

 

Siamo ciò che consumiamo, ecco il nostro peso che preme sul mondo.

 

Abbiamo prodotto e siamo il prodotto di una società che ci spinge a consumare sempre di più, a relegare ciò che siamo in ciò che consumiamo. Nel mondo materiale come in quello virtuale. Invidia, vanità, possesso, avidità: siamo bombardati da stimoli che ci spingono instancabili in questa direzione. Siamo istruiti al sacrificio di ciò che siamo in nome di ciò che sentiamo di voler possedere, una deriva umana e sociale i cui effetti si mostrano sempre più evidenti. Il nostro peso in società si esprime sempre meno in cabina elettorale e sempre più tra le corsie dei supermercati o sugli e-commerce.

 

Eppure, ci ritroviamo perduti e paralizzati di fronte alla complessità che si nasconde dietro le nostre azioni, incapaci di intuire il peso di ciò che siamo e, di conseguenza, ci sentiamo insignificanti. Il nostro peso ci sembra troppo per poterlo muovere, il mondo troppo vasto per offrire soluzioni universali.

 

Se vogliamo consumare meglio – vivere in maniera più sostenibile – c’è una cosa da cui non possiamo prescindere: la consapevolezza. Dobbiamo affrontare lo sforzo di scoprire e capire le conseguenze di ciò che scegliamo di consumare. Dobbiamo accettare che il nostro peso, per essere ridotto, richiede sacrificio. Dobbiamo esigere che coloro che producono ciò che consumiamo ci dicano la verità, aiutandoci a sviluppare la nostra consapevolezza. Darci un’alimentazione migliore, per dirla con Feuerbach.

 

Si tratta di una rivoluzione, un cambio radicale di paradigma, e come tale coinvolge tutti. Significa ridimensionare i nostri desideri e orientarli verso un approccio qualitativo anziché quantitativo. Significa accorgersi che la smania di consumare è mossa in gran parte dall’invidia e che questa invidia è suscitata dall’avidità di chi ha il potere di influenzarla. Vogliamo di più degli altri o, almeno, vogliamo quello che hanno loro.

 

E se l’hype fosse per chi ha il minor impatto ambientale? E se la sincerità diventasse un asset aziendale trasformando pratiche come il greenwashing in boomerang capaci di affossare anche i giganti?

 

Nel porsi le domande dovremmo includere il plurale, come se fossimo Noè, l’arca, tutti gli animali e il mondo stesso sotto al Diluvio. Tenere conto di ciò a cui siamo indissolubilmente legati. Accorgerci fino in fondo di quanto il benessere umano sia co-dipendente dal benessere di tutto ciò che ci circonda. Animali, piante, aria, acqua, terreno. Se queste cose non sono in salute, presto smettiamo di esserlo anche noi. È in noi che risuona l’equilibrio, in noi che risuona la distruzione.

 

Dobbiamo risalire assieme la complessità, dipanarla per metterla a fuoco. Nonostante una società che tende all’individualismo, dobbiamo ricordarci la nostra storia evolutiva. L’Homo Sapiens ha creato le civiltà quando ha imparato a cooperare. Mettersi d’accordo per raggiungere un fine comune. Che sia opportunismo o empatia, non è dato sapersi, ma solo assieme possiamo riordinare il puzzle della complessità e tentare di ricomporlo. Assieme si può issarsi, salire, elevarsi, ma anche andare in profondità. Chiederci, in senso esistenziale, che cos’è l’acqua in cui siamo nati e cresciuti al punto da ignorare cosa sia.

 

Il potere ha intrinseca natura di conoscenza. Chi sa più degli altri ha potere su di loro. Ecco perché l’atto più rivoluzionario ed efficace per scardinare i rapporti di potere non è altro che l’acquisizione di conoscenza. 

 

In Meridiano di Sangue di Cormac McCarthy, un manipolo di cacciatori di scalpi e mercenari vaga al confine tra Texas e Messico. Tra di loro vi è il giudice Holden che spesso è intento a registrare su un taccuino tutto ciò che osserva nella natura. Quando gli chiedono perché si prenda la briga di farlo, risponde: “Qualunque cosa esista nella creazione senza che io la conosca esiste senza il mio consenso.”

 

Ecco un approccio alla realtà!

 

Se ignoriamo ciò che implicano i nostri consumi, diamo un consenso implicito alla deriva degli eventi. Lasciamo che le cose precipitino verso una situazione irreversibile che renderà impossibile per noi umani (e per molte altre forme di vita) sopravvivere sul Pianeta.

 

Siamo ciò che consumiamo e il primo passo per influenzarne l’impatto è la consapevolezza. La conoscenza, con la fatica e il dolore che comporta, è lo sforzo perenne di capire ciò che sentiamo di essere. Reagire e adattarsi e mettersi alla ricerca, consapevoli che siamo esseri fallibili e che la sostenibilità non esiste se non come orizzonte a cui tendere.

 

Siamo ciò che consumiamo e il nostro peso influenza profondamente il mondo che ci circonda. Sta a noi rendercene conto e agire di conseguenza, il più velocemente possibile. Altrimenti il nostro peso finirà per schiacciare il mondo, e noi con lui.

 

ph. credit IMjiT35020

 

ALVISE BORTOLATO //  Nato a Padova nel 1993. Laureato in filosofia teoretica, appassionato di viaggi e letteratura. Crede nella scrittura come forma di cura e nella conoscenza come forma di libertà. Collabora con aziende artigianali e sostenibili, per le quali cerca le parole giuste per dire la verità.

  

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